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11/07/2017 di Angela Noferi
Sarebbe stato meglio fare altro?

I motivi che ti spingono a scegliere un percorso universitario rispetto ad un altro mi sono ancora oggi sconosciuti anche se sono ormai 20 anni che mi sono laureata in CTF e sono altrettanti che svolgo la professione di farmacista.

In questo mestiere mi ci sono forse trovata per caso: non era quello che volevo fare da grande ma sicuramente non pensavo fosse un errore scegliere di entrare nel mondo farmacia.

Si impara questo mestiere giorno per giorno inizialmente credendo che sia una professione bella, stimolante e gratificante. Un po’ ingenuamente poi ci si illude che il sistema ti riconosca, oltre che un ruolo sanitario, anche una certa capacità di migliorare la qualità della vita ai tuoi concittadini. Quando si inizia questa avventura altrettanto ingenuamente si pensa che tra colleghi, tutti laureati e abilitati, si possa essere uguali. Si apprendono velocemente da chi ha più esperienza di noi i trucchi del mestiere e nel giro di qualche anno, chi più o meno velocemente, ci ritroviamo a portare avanti un progetto di qualità e irripetibile.

Nessuna attività ha le caratteristiche commerciali e sanitarie che ha una farmacia e chi ci lavora dentro, oltre che essere un grande professionista sanitario, deve avere capacità gestionali non comuni.

L’ideale sarebbe sentirsi parte di una squadra e per chi lo desidera ed ha buone capacità manageriali avere la possibilità di accedere alla titolarità per i propri requisiti di competenza ,aggiornamento e lungimiranza.

Purtroppo il sistema farmacia in Italia non funziona così: ci ritroviamo a fare i dipendenti ,se ci va bene per tutta la vita, con uno stipendio ridicolo per un professionista laureato e ciò che è ancor più triste spesso bistrattati dai nostri titolari.

Eccetto alcune rare eccezioni ,infatti ,sempre più spesso ,ci capita di raccogliere le segnalazioni di colleghi a cui quotidianamente viene imposto cosa e come vendere, o che devono rinunciare a diritti come le ferie o la malattia per non rischiare di perdere il posto di lavoro.

Oltre poi l’aspetto sindacale importante e molto grave penso alla gravità degli episodi in cui simettono i collaboratori in condizione di soffrire emotivamente una superiorità sciorinata e solo teorica di alcuni titolari-padroni.

Tutto questo è molto triste e ci mette nelle condizioni di pensare, dopo anni di studio e di sacrificio, che era meglio fare altro nella vita.

Ed infine che non ci venga in mente di ammalarci gravemente perché il nostro contratto ha tutele praticamente inesistenti per le malattie oncologiche o croniche. Questa triste analisi scaturisce ovviamente dalla mia esperienza personale ma è la sintesi condivisa da tanti miei colleghi. Mi piacerebbe essere smentita dai collaboratori più fortunati e prendere le loro farmacie a modello in modo che finalmente si possa cominciare a parlare di farmacisti professionisti e non di titolari e dipendenti. Questo è un mio personale sogno che spero possa un giorno realizzarsi anche grazie a Sinasfa.

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Ornella Barra